Saper ascoltare per educare in modo efficace (I)

Saper ascoltare per educare in modo efficace

Potrebbe apparire banale chiedere (e chiedersi) se si sia realmente in grado di ascoltare. L’ascolto, nella percezione di molti, viene infatti considerato qualcosa di passivo, di innato, di scontato. Anche a livello di istruzione, dedichiamo molto tempo e impegno a insegnare a parlare, a leggere e a scrivere, ma se pensiamo a quando, nella nostra vita, qualcuno ci abbia mai insegnato ad ascoltare, probabilmente non ci verrà alla mente una occasione o una persona specifica. Conclusione: nessuno ci ha insegnato ad ascoltare e, pertanto, a parte alcune eccezioni, difficilmente si è davvero capaci di farlo.

Molti lo confondono col “sentire”, sebbene non sia difficile realizzare che, ad esempio, io posso “sentire” qualcuno parlare in una lingua completamente diversa dalla mie e, pertanto, non “comprendere” nulla.

Ecco che, allora, la prima cosa da aver bene in mente è la differenza tra sentire ed ascoltare, laddove quest’ultimo verbo dovrebbe essere inteso quale sinonimo di comprendere. ‘Bella scoperta’, potrebbe pensare qualcuno. Eppure, se andiamo alla nostra esperienza familiare, cosa intendevano, ad esempio, i nostri genitori quando si rivolgevano a noi dicendo frasi del tipo: “Tu non mi ascolti mai”, oppure “Se tu mi avessi ascoltato”. In effetti, queste frasi, nel linguaggio familiare, non rimandano certo a “Tu non comprendi mai” o “Se tu mi avessi compreso”, bensì andrebbero tradotte con “Tu non fai mai quello che dico” o “ Se tu avessi fatto quello che ti avevo detto”, introducendo una sinonimia tra ascoltare e obbedire, cosa che rappresenta un chiaro fraintendimento del significato dell’ascolto dell’altro come comprensione della sua comunicazione, verbale o non verbale, nonché della esperienza, del vissuto, dello stato d’animo  oggetto della comunicazione.

Chiarito, dunque, che ascoltare vuol dire comprendere, dobbiamo anche evidenziare come ciascuno comprenda a modo suo, filtrando la comunicazione e l’esperienza dell’altro alla luce della propria personale esperienza, dei propri obiettivi, delle proprie pre-comprensioni e pre-giudizi. In tal senso, la stessa comunicazione corre il rischio di essere compresa, da persone diverse, in modo diverso. Si tratta, quindi, di accettare che l’ascolto non è una competenze passiva, bensì attiva. Il problema è che, quando ciascuno di noi comprende una comunicazione in un certo modo, raramente è consapevole di aver “attivato”, all’atto dell’ascolto, i propri schemi interpretativi, i propri “filtri”.

Alla fine, saper ascoltare implica saper comprendere l’esperienza dell’altro, non già alla luce della nostra sensibilità, ma nell’intenzionalità e dal punto di vista dell’altro. Questo è ciò che viene anche inteso come “ascolto empatico”, come capacità di de-centrarsi dalle nostre pre-comprensioni ed esperienze, per focalizzarsi su ciò che ha da dirci l’altro, sulla sua esperienza e su come lui l’ha vissuta.

È evidente come tale atteggiamento “empatico” risulta fondamentale in ogni relazione umana e, in particolare, nella relazione educativa e/o genitoriale.

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Photocredit: Caroline Hernandez

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