Saper ascoltare per educare in modo efficace (2)

Saper ascoltare per educare in modo efficace (2)

Per chi ha avuto il “fegato” di leggere il mio precedente articoletto sul “Saper ascoltare per educare in modo efficace (1)”, possiamo dire che ha forse aggiunto informazioni al proprio “sapere”. Ebbene, questo è il primo gradino verso una reale competenza. Il gradino successivo è, invece, quello del “saper essere”, quello cioè dell’assunzione di un atteggiamento e, a questo riguardo, abbiamo infatti parlato dell’atteggiamento empatico, come capacità di “mettersi nei panni dell’altro”, assumendo il suo punto di vista.

In effetti, non è sufficiente conoscere qualcosa, si tratta piuttosto di arrivare a considerare quella cosa buona per me, utile a raggiungere un obiettivo per me significativo e di valore. Se ciò non accade, qualsiasi conoscenza tenderà a finire nel dimenticatoio e, col tempo, a non poter essere in alcun modo recuperata. È questo un sistema economico del nostro cervello e della nostra memoria, altrimenti il nostro sistema neuronale finirebbe col venire “annegato” da una serie infinita di informazioni inutili e che avrebbero l’unico effetto di ridurre considerevolmente la nostra efficienza nell’immagazzinamento e nel recupero delle informazioni utili.

A questo punto, la domanda è: “Sono realmente interessata ad assumere, sviluppare e consolidare in me un atteggiamento empatico?”. A livello motivazionale, tale domanda può comprenderne tutta un serie di altre: Sono interessata a conoscere al meglio quel figlio che voglio riuscire a educare e di cui voglio promuovere un sano sviluppo? Sono interessata a mantenere alto il livello di qualità della relazione con mio figlio e col mio partner, con cui condivido la responsabilità educativa nei confronti di mio figlio? E sì, perché l’atteggiamento empatico è qualcosa che, una volta acquisito, potrà essere utilizzato non solo nella stretta relazione madre-figlio, ma anche in qualsiasi altra situazione inter-personale in cui io ritenga utile ricorrere alla comprensione dell’esperienza dell’altro. Un po’ come a dire “impara l’arte e mettila da parte”, che significa anche che “saper ascoltare” non significherà farlo sempre e comunque in qualsiasi situazione e/o con qualsiasi persona. L’atteggiamento empatico e di ascolto andrà semplicemente considerata come una delle tante altre competenze educative e relazionali che ciascuna ha nella propria “bisaccia educativa e interpersonale”, quel corredo di abilità comunicative e sociali acquisite lungo il corso della nostra vita, in maniera più o meno consapevole.

Pertanto, per coloro che considereranno importante infilare questa nuova competenza in questa propria “bisaccia”, sarà possibile – se, come e quando lo si riterrà opportuno, e solo in quel caso – ricorrere a tale atteggiamento.

A questo punto, però, nasce l’esigenza del come mettere in atto, facilitare la atteggiamento. Ebbene, tale disposizione può essere innescata e sostenuta, innanzitutto, da due domande. La prima, che si accompagna al focalizzarsi sulla comunicazione verbale o non verbale dell’altro, sarà: “Cosa mi sta dicendo?”. La seconda, anche chiamata la domanda dell’empatia: è invece: “Cosa proverei io se mi trovassi nella sua situazione?”.

Qualcuno dirà: “tutto qui?”. No, certamente c’è molto altro da dire su questo argomento e qualcos’altro proverò a dirlo, ma, come si dice, chi ben comincia è a metà dell’opera… Ci siamo addentrati con queste due domande al terzo livello di competenza, dopo il sapere  e il saper essere, ci accingiamo a percorrere il sentiero del saper fareMa questa, è un’altra storia

(continua)


Photocredit: Alexander Dummer

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