Saper ascoltare per educare in modo efficace (3)

Saper ascoltare per educare in modo efficace (3)

Scusa l’assenza. Ci eravamo lasciati con la promessa di parlare del “saper fare” riguardo al “saper ascoltare”… e l’unica cosa che ho saputo fare, è stata quella di sparire. Come dite? Meglio così? Capisco, non la prendo come una provocazione, bensì come una sottolineatura che avete così avuto il tempo di digerire il “sapere” e il “saper essere”, in modo da essere pronte a tuffarvi nel “Si d’accordo, abbiamo capito che è bello, buono e giusto ascoltare, ma come si fa?”.

Partiamo da ciò che abbiamo già avuto modo di sottolineare, e cioè che “ascoltare” significa semplicemente comprendere ciò che l’altro ci dice, ciò che intende comunicarci, la sua esperienza. Ebbene, la prima cosa è accompagnare la comunicazione dell’altro ponendosi semplicemente una domanda: “cosa mi sta dicendo?”. Direte, tutto qua? Potrebbe apparire banale; in realtà, concorderete col fatto che, spesso, mentre gli altri parlano, in realtà, noi restiamo in contatto con ciò che noi vorremmo dire/rispondere all’altro, col risultato di perderci dei pezzi o, a volte, l’intera comunicazione.

Secondo. In relazione a vari autori, esistono vari modi per “riformulare”, per “fare da specchio” alla comunicazione dell’altro. Ne vedremo alcuni in questo articolo, qualcun altro nel successivo.

Innanzitutto si tratta di saper parafrasare. Come s’intuisce dal nome stesso di questo tipo di risposta d’ascolto, si tratta di ridire con altre parole ciò che l’altro ci ha comunicato. Nella parafrasi, che si usa spesso all’inizio di un colloquio, si tratta di stare con ciò che l’altro ha detto, con il contenuto della sua comunicazione, cercando di non perdersi nulla di importante o di non aggiungere pareri, impressioni o interpretazioni nostre. Si tratterà, anche, di fare in modo di risultare più chiari e sintetici nel rispondere, rispetto alla comunicazione originale. In tal senso, gli altri, nel parlarci, spesso argomentano in modo prolisso, confuso, non sempre ben articolato. Ebbene, un primo servizio che possiamo rendere all’altro (il figlio, il coniuge… chi vi pare), sta proprio nel permettergli di meglio comprendere la stessa esperienza che ci sta comunicando, facilitandogli di stare con l’essenziale di ciò che ci ha comunicato. Ciò permetterà all’altro, se vuole, di verificare la nsotra comprensione della sua esperienza e di procedere ulteriormente nel comunicarcela.

A questo punto, si tratterà di esercitarci sulla parafrasi. Possiamo farlo, prima di calare tale comperetenza nelle relazioni più significative, di provare a parafrasare delle comunicazioni prese da dibattiti televisivi, o da un libro, oppure dalla vita reale, magari provando a riformulare (Cosa ha detto?) servendoci di una modalità “carta e matita”, cioè provando a scrivere la nostra risposta su di un foglio.

All’inizio ci sembrerà difficile e ci accorgeremo di impiegare del tempo a produrre risposte che ci soddisfino. In effetti, nel dialogo dovremo essere capaci di parafrasare in tempo reale: le parole dell’altro non restano “appese in cielo” come nei fumetti, né possiamo continuamente dire all’altro “scusa non ho capito, puoi ripetere”, “puoi parlare più adagio”, ecc. Comunque, vedrete che, così come oggi abbiamo un nostro stile di risposta automatico (e non sempre funzionale), allo stesso modo possiamo fare in modo di assumere come competenza abituale, operativa questa del saper ascoltare mediante parafrasi.

All’inizio, didatticamente, potrà essere utile “obbligarsi” a rispondere iniziando con “Mi stai dicendo che…”, un incipit che, quasi, ci “costringe” a stare con le parole dell’altro, con la sua esperienza, evitando di cadere nella facile trappola delle interpretazioni o delle valutazioni. Chiaramente, nel tempo, questa modalità dovrà cadere: vedrete che le nostre risposte si reggono benissimo anche senza iniziare con “Mi stai dicendo che…”.

Vi lascio con un piccolo esercizio. Attraverso Berni potrete anche farmi pervenire le vostre risposte, almeno chi di voi vorrà. Ebbene, immaginate che vostro figlio di 9 anni, con gli occhi e il tono della voce bassa vi dica: “In classe mia tutti hanno la bici. Sono rimasto l’unico a non averla”. Una frase breve breve: come rispondereste?

Continua


Photo credit: London Scout

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