Storia di una mamma italiana in UK: la signora Nina (I)

Storia di una mamma italiana in UK: Nina (II)

Vale e Oliver sono giá dentro quando bussiamo alla porta di questa bella casa in periferia. La signora Nina ci apre la porta e, con la cortesia che la contraddistingue, mi si rivolge in inglese. Mi bastano pochi secondi per capire che non si ricorda di me. Faccio qualche piccola acrobazia per superare col passeggino i tre grossi gradoni che conducono all’uscio e, ora, dal suo sguardo capisco che finalmente mi ha riconosciuta.

Sono passati tanti giorni dall’ultima volta che l’ho incrociata nel negozio dove lavoravo. Ricordo come fosse ieri che quando arrivava la signora Nina, spesso carica di doni per noi (frutta o biscotti), tutti si fermavano e lasciavano il bancone per salutarla. Lei ci abbracciava e poi ci chiedeva – uno ad uno e prendendoci per mano- come stavamo e che cosa c’era di nuovo nelle nostre vite. Un personaggio singolare, nel negozio si distingueva dagli altri clienti: dispensava consigli, ci raccontava volentieri frammenti della sua vita, ma sopratutto emanava un grande senso di maternitá. In parole povere, era un po’ la madre simbolica di noi ”expats” e lei ne era consapevole. Ci ripeteva spesso di voler bene a tutti noi ragazzi, ma particolarmente agli stranieri, perché sapeva bene lei stessa che cosa significasse lasciare il proprio paese.

Quando ho conosciuto Vale al corso preparto, il caso ha voluto che una delle nostre prime conversazioni cadesse proprio sulla signora Nina. Anche lei l’aveva conosciuta, in un altro negozio del centro. Si erano scambiate i numeri, e da allora erano diventitate amiche.

Di fronte alla possibilità di raccontare la storia di alcune Italian Mums in UK,  Vale aveva proposto subito lei e io ne sono stata, ovviamente, entusiasta.

Nina: classe 1932, sarda, solare, adorabilmente cocciuta, si veste sempre con un’eleganza e una cura invidiabili. In UK dal 1950,  ci parla in italiano, ma tra una frase e l’altra non riesce a fare a meno di confondersi con termini inglesi.

Il suo, l’ho sempre pensato, è un vero e proprio personaggio da romanzo, a volte tragico ma sempre con grandissima dignità. Qui di seguito trovate l’intervista realizzata da Valentina.

NOTA: Quando io e Vale ci siamo recate dalla signora Nina, lei era a disagio all’idea di essere fotografata. Per discrezione, abbiamo preferito pubblicare solo il dettaglio delle mani durante la conversazione. Vi assicuriamo che è davvero bellissima.

L’intervista


Le Origini – Cosa ti fa sorridere pensando alla tua infanzia?

Sono nata a Sanluri, in Sardegna. La nostra era una vita semplice. Ricordo con piacere le passeggiate in campagna con le mie sorelle e mia madre, le gare con le formiche. In primavera andavamo alla ricerca di asparagi e di carciofi selvatici. They are nice, you know? Sono andata a scuola dai 6 agli 11 anni. All’epoca le bambine non studiavano, così, oltre a piccoli servizi domestici, presto iniziai a lavorare in campagna. Seminavo fave e piselli, ma il lavoro nei campi non faceva per me. Ero un po’ discola e a volte gelosa dei miei fratelli maschi, che potevano uscire il lunedì sera e avevano scarpe eleganti. Alle bambine non erano concesse, noi sorelle dovevamo riassettare le loro cose. All’epoca si usava così. Spesso mi travestivo con gli abiti dei miei fratelli. Quando mia mamma mi vedeva, sorrideva divertita. Qualche volta, quando ero sicura di non essere vista, ho fatto la pipì nelle loro belle scarpe nuove, per dispetto.

La formazione – Da ragazzina hai lasciato il tuo paesino per andare a Roma. Cosa ricordi di quel periodo?

Un giorno, venne a trovarci al paese suora Ernesta, che lavorava per i salesiani di S. Giovanni Bosco a Roma, vicino la stazione. Cercava ragazze che aiutassero in cucina, e io, che all’epoca avevo 13 anni, fui felice di andare. All’epoca, quattro suore e quattro ragazze cucinavano per duecento, tra preti e seminaristi. Si lavorava molto ma ero felice. Ero birichina, lo ammetto. Avevo affibiato un nomignolo a tutte le suore, così da poter parlare in libertà. Il lavoro era tanto ma diversificato, per cui non mi annoiavo. Non uscivamo mai dal seminario con l’eccezione di una gita mensile. Di solito ci portavano in giro per Roma a visitare chiese. Ne ho viste tante, e tutte bellissime. Una volta sola ci hanno portate al mare, ad Anzio. Nonostante fossi sarda, quella è stata la prima volta che vidi il mare, e mi fece una grande impressione. Dopo un paio di anni iniziai ad essere infelice: eravamo delle recluse, sempre separate dai preti e seminaristi, quasi sempre al chiuso. Dormivamo in quattro nella stessa stanza, e avevamo una finestra, che dava sulla strada affollata. Attirammo l’attenzione di un gruppo di ragazzi e quelle chiacchiere, quegli sguardi, diventarono il nostro modo di interagire con il mondo. Presto però le suore se ne accorsero, e guadagnammo una bella sbarra alla finestra. Mi mancava l’aria, mi mancava la mia libertà. Era arrivato il momento di andarmene, di tornare in Sardegna. La Direttrice si dispiacque, aveva immaginato per me una vita da suora.

L’incontro con Luigi – Come sei finita a Reading, nel Regno Unito?

Nel mio paese, la vita era sempre molto umile. Avevo quattro sorelle: una era sarta, una era specializzata nella creazione di tappeti, la terza nelle faccende domestiche, e poi c’ero io, che ancora non sapevo cosa fare della mia vita. I miei genitori mi mandarono a scuola di ricamo, ma la trovai so boring. Quella era un’attività fin troppo piana, per me. Successivamente mi dedicai al cucito, che apprezzai di più. Ero cresciuta, ed iniziai ad attirare sguardi maschili. C’era un ragazzo, non aveva occhi che per me. Si chiamava Armando ed era il figlio di un benestante proprietario terriero. Ricordo come fosse ieri il giorno che mi fermò mentre ero in bicicletta, mi disse che gli sarebbe piaciuto frequentarmi e io – anche se tanto giovane – gli risposi che era impossibile perché appartevamo a ceti sociali troppo diversi. I suoi genitori erano contrari,  in fin dei conti io non ero che la figlia di un fabbro. Quando a mio padre arrivò la voce, indirettamente disse a mia madre che la frequentazione era impossibile. Era preoccupato che potessi disonorare la famiglia. A malincuore rifiutai Armando, che per 10 anni continuò a pensare a me.

L’8 settembre 1949, andai a Furtei – dove abitava mio zio – per la festa di Santa Maria. In quella occasione conobbi Luigi: aveva 13 anni più di me e aveva fatto la guerra, finendo prigioniero a Reading. A guerra finita, aveva deciso di restare in Inghilterra. In quel momento si trovava in Sardegna per visitare la sua famiglia. In lui vidi la possibilità di fuggire al controllo della mia famiglia, di essere finalmente libera. Per questo decisi di sposarlo nell’aprile del 1950, e ad agosto mi trasferii a Reading. Prima di partire, mio padre mi disse che avevo preso la mia decisione e che con essa avrei dovuto convivere. Quel giorno capii che non sarei più potuta tornare indietro. Mio padre mi aveva spezzato il cuore.

L’Inghilterra di allora era molto diversa da oggi, c’erano pochissimi stranieri. I primi tempi sono stati molto duri, perchè ero sola e non conoscevo per nulla la lingua. Persino fare la spesa era complicato, perchè a quei tempi non si prendevano i prodotti direttamente dagli scaffali, ma si doveva interagire col commerciante. Mi scrivevo i nomi delle cose che mi servivano su un pezzo di carta, e facevo pratica mentre andavo al negozio. Nonostante il mio impegno, fui protagonista di alcuri siparietti. Una volta avevo bisogno di una loaf di pane. Il commesso del negozio mi guardò stupito, poi sorrise e cercò di abbracciarmi. Io feci un balzo indietro e capì di essere stata fraintesa, lui pensava volessi love, amore. In un’altra occasione avevo bisogno del shoe polish, il lucido da scarpe. La negoziante mi chiese se fossi polacca. A me serviva del lucido marrone, ma non sapevo come dirlo in inglese. Guardai le scarpe di tutte le persone nel negozio, nessuno in quel momento indossava scarpe brown.

Con gli inglesi mi sono trovata sempre bene. Sono sempre stati gentili con me e apprezzo tanti aspetti della vita qui. Considerandomi io stessa un ospite nel loro paese, li ho sempre trattati con rispetto, abbracciandone le differenze, e loro hanno sempre ricambiato con altrettanto rispetto e cortesia.

Nella vita ho sofferto tanto, non ero felice con mio marito. Era un uomo per bene, onesto, ma d’altri tempi, chiuso e sempre distante. Mi sono sentita spesso sola, lontana dalla mia famiglia, crescendo i miei figli da me. Ma ho sempre reagito e ve lo dico, nella vita si deve sempre continuare a combattere e never, never give up. Soprattutto noi donne, noi non dobbiamo mai arrenderci perché siamo l’essenza e l’elemento piú forte della famiglia.

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Photo Credit: Berni Palumbo Photography.

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